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Vivaio, Primavera: alla scoperta di... Dávid Forgács

18 dic 2014
Vivaio, Primavera: alla scoperta di... Dávid Forgács

Arrivato come attaccante, con Bonacina si è riscoperto terzino. E in Coppa Italia la prima panchina in prima squadra: “Dopo tre operazioni e tanta sfortuna, finalmente una grande soddisfazione”

Nella quindicesima puntata del nostro viaggio nel mondo della Primavera andiamo alla scoperta Dávid Forgács. Ungherese come il compagno di squadra Akos Kecskés con cui sta condividendo un percorso parallelo, ha un credito con la fortuna che spera di riscuotere presto. E la convocazione in prima squadra per il match di Coppa Italia contro l'Avellino è sembrato essere il punto di partenza giusto.

Dávid, partiamo proprio da qui: prima panchina tra i professionisti e per poco non arrivava anche l'esordio.
“Quella convocazione è arrivata un po' a sorpresa, ma non troppo visto che in quella settimana mi ero allenato con la prima squadra. Ci speravo, ma non mi sarei mai aspettato che arrivasse subito. E' stata una bella soddisfazione, la partita l'hanno trasmessa anche in Ungheria e so che hanno parlato di me. Per un attimo ho anche sperato di esordire, poi invece è entrato Dramé. Ma è stata comunque una bellissima esperienza”.

Lavorare a contatto con giocatori già professionisti aiuta a crescere?
“Sicuramente, ho trovato giocatori più esperti come Scaloni sempre pronti a dare una mano ai più giovani. Da gente come lui si può imparare davvero tanto. Io poi mi ispiro a Zappacosta perché abbiamo un percorso simile: anche lui era un esterno alto che poi si è affermato come terzino. Io sogno di ripercorrere la sua strada, di riuscire a fare come ha fatto lui”.

Già, perché all'Atalanta sei arrivato da attaccante?
“Trequartista o attaccante. Anche a Bergamo i primi anni giocavo da esterno d'attacco. Infatti mi piacevano Ronaldinho e Cristiano Ronaldo. Poi un giorno in Nazionale nell'Under 17 in una semifinale di un torneo contro la Croazia mi hanno provato terzino in sostituzione di un compagno ed è andata bene. E dall'anno scorso in Primavera con mister Bonacina ho cominciato a giocare stabilmente come esterno basso”.

I tuoi esordi però sono stati da attaccante.
“Già a 4-5 anni giocavo. Mio papà mi ha trasmesso la passione. Fino a 14 anni ho giocato nel Tisza Volán, la squadra del mio paese, la stessa di Kecskés. Giocavo in attacco, mi ricorderò sempre una vittoria 3-2 sul Ferencváros, la squadra più famosa nel mio paese: avevo visto il portiere un po' fuori e l'ho scavalcato con un bel tiro di destro, il mio piede debole, dal limite. E oltre al gol avevo fatto anche un assist. Poi è arrivata la chiamata dell'Atalanta: come per Akos, mi hanno visto in un'amichevole contro l'AlbinoLeffe. Sono rimasto un anno in Ungheria per finire la terza media, ma ogni due mesi venivo a Bergamo per fare dei tornei. Mi volevano anche Milan e ChievoVerona, ma sapevo che l'Atalanta era la scelta giusta, aveva mostrato più interesse. E poi la presenza di Akos mi avrebbe aiutato. Lasciare la famiglia a quell'età non è mai facile, ma ero convinto perché sapevo che se volevo giocare a calcio ad alto livello, prima o poi avrei dovuto prendere quella decisione. E comunque la mia famiglia mi è sempre stata vicina: mio papà ogni due settimane viene a trovarmi, anche lui fa tanti sacrifici per me”.

A Bergamo però il cammino non è dei più semplici.
“Ho avuto problemi al ginocchio, mi sono fatto male a settembre in Nazionale durante le qualificazioni agli Europei: da allora due operazioni al crociato che mi hanno fatto perdere quasi due anni. E anche quest'anno in ritiro mi sono rotto la clavicola. Altro intervento. Mi sono detto: non c'è due senza tre. Ora spero finalmente di aver chiuso i conti con la sfortuna. Non è stato facile, ma quello che ho passato mi ha fatto crescere tanto, soprattutto mentalmente. Riprendersi da due infortuni così gravi mi ha fatto capire che non bisogna mai arrendersi e che il lavoro alla fine paga. Ho cercato di essere sempre positivo, fiducioso, anche nei momenti più difficili. Anche se un po' di paura è normale che ci fosse. Ma ho sempre creduto in me stesso e alla fine ho avuto ragione. Ringrazio la mia famiglia che mi è sempre stata vicina, l'Atalanta che mi ha aspettato, mister Bonacina che ha sempre creduto in me e mi ha confermato quest'anno. E poi ci tengo a ringraziare Ferenc Bóka: è stato mio allenatore per 10 anni, mi è sempre stato vicino, mi ha dato molti consigli preziosi e mi aiuta sempre ad allenarmi quando sono a casa in estate”.


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